Da New Delhi a Kathmandu

Da New Delhi a Kathmandu – Dicembre 2012

Il caldo soffocante e l’afa sono solo un ricordo. New Delhi in inverno è ben altra cosa. Ce ne accorgiamo ancora prima dello sbarco in aeroporto.
“E’ il 22 dicembre 2012, la temperatura esterna è di dodici gradi centigradi e il cielo parzialmente nuvoloso. Benvenuti in India” annuncia il comandante dell’aereo.
Andiamo direttamente nella villa un po’ decadente dove avevamo lasciato le nostre motociclette. Ci accoglie a braccia aperte il custode. L’uomo mi aveva assicurato che avrebbe collegato alla rete elettrica il mantenitore della batteria della mia Africa Twin da settembre ad oggi, ma è risaputo che gli indiani, anche se in assoluta buona fede, spesso non comprendono o non vogliono capire il vero motivo di tanto spreco. Ha pensato bene di non collegarlo. Infatti la mia batteria è pronta per essere buttata nel cassonetto dei rifiuti. Per fortuna in questa grande città le opportunità per acquistare una batteria compatibile non mancano. Al mercato riesco a scovarne una di dimensioni più contenute, più debole di amperaggio, di un imbarazzante color verde pisello e al costo di venti euro, che a onor del vero mi lascia un po’ perplesso, ma tutto sommato al primo colpo ridà nuova vita alla mia adorata Due Ruote.
Partecipano alla nuova avventura: Antonio, un avvocato bergamasco, ormai veterano di questo raid, si era coperto di gloria con me nel viaggio dall’Italia a New Delhi. Cavalca sempre la sua Transalp verde militare, riverniciata, perché il colore originale Honda fucsia lo faceva vomitare. Seduta dietro a lui c’è la sua compagna Alice, anch’essa puro sangue bergamasco da molte generazioni e motociclista esperta da sempre.
Massimiliano, un nome troppo lungo per essere tramandato ai posteri, conosciuto nell’ambito motociclistico internazionale come Bibo, un nome una garanzia. Si era schiantato con la sua Transalp nera del 1988 in Pakistan contro un grosso furgone. Dopo un brutto spavento e un volo a mezz’aria aveva lasciato il suo “ferro” agonizzante ad Islamabad. Partito una settimana prima di noi, ha già percorso in solitaria mille e cinquecento chilometri ed è pronto al nuovo viaggio con la moto rimessa a nuovo.
Completa la spedizione Silvia, la mia compagna, alla sua prima esperienza motociclistica. Lei viaggia con me. E’ il mio Angelo biondo. Segni particolari: entusiasta della vita!
Gianni e Barbara, dopo dieci anni di fantastici viaggi insieme, hanno deciso di lasciare il gruppo e di visitare lo stato del Rajastan. Gianni per ora ha solo scelto un’altra strada, una direzione diversa dalla mia, ma rimane comunque un punto di riferimento nella mia vita ed è sempre un caro amico.
La nostra intenzione, dopo un interessante giro in India, è quella di raggiungere Kathmandu.
Partiamo presto la mattina. Delhi, complice una fitta nebbia, sembra ancora addormentata. Agra dista solo duecento chilometri, ma con il traffico indiano è un delirio guidare con le nostre moto cariche di umanità e bagagli. Poco prima della meta facciamo una sosta in un Ashram a Vrindavan, un villaggio nelle vicinanze di Mathura. In questo tranquillo luogo di meditazione vive da più di un decennio Marisa, la zia di Alice. E’ grazie a lei che facciamo la conoscenza con il Guru Satya Narayana Dasa. Frequentare un Ashram, anche se per poche ore, è un’esperienza straordinaria. Si respira grande serenità e non si fatica ad abbracciare le uniche due semplici regole imposte agli ospiti di questo angolo di mondo: essere vegetariani e non litigare. Anche il messaggio subliminale è forte e chiaro: “La prima conquista di ogni uomo o donna è quella di realizzare che non siamo il caduco corpo materiale, ma anime spirituali immortali”.
Raggiungiamo Agra nel tardo pomeriggio. E’ la vigilia di Natale. Visitare il Taj Mahal, il monumento dedicato all’Amore avvolto dalla nebbia è commovente e magico. La fitta foschia, che si alza solo nel pomeriggio ci regala emozioni incredibili.
A pochi chilometri da Agra visitiamo anche la spettacolare residenza voluta da Akhbar il Grande di Fatehpur Sikri. Anche i palazzi di Orchha illuminati dal sole al tramonto sono molto suggestivi.
Puntando verso Sud la nebbia scompare. Abbiamo intenzione di visitare l’antica capitale della dinastia Rajput Khajuraho. I templi, che risalgono ad un migliaio di anni fa, sono famosi nel mondo grazie alle trasgressive sculture erotiche con cui sono decorati, anche se queste sculture ricoprono solo il dieci per cento della superficie esterna dei templi, nella stragrande maggioranza dei casi le sculture mostrano persone impegnate nelle attività di tutti i giorni.
Continuiamo il nostro viaggio, con la visita di una delle più antiche città del mondo, Varanasi, che esiste da quattromila anni. E’ un luogo senza tempo dove ogni Indù vorrebbe finire la propria esistenza terrena. Secondo l’induismo l’unico posto sulla terra in cui gli dei permettono agli uomini di sfuggire al samsara, vale a dire l’eterno ciclo di morte e rinascita, è la riva occidentale del Sacro Gange a Varanasi.
Tre giorni a Varanasi sono come tremila ore passate in una lavatrice con tanto di prelavaggio, lavaggio e centrifuga. Ti senti stordito, hai la sensazione di aver attraversato una barriera e di essere entrato in un nuovo spazio dove il divino si manifesta in ogni momento. Varanasi è una città in cui più che vivere bisogna stare a sentire, un luogo che premia quelli che sanno ascoltare con attenzione. I benefici arrivano, sono emozioni forti, in continuo aumento, sono come onde trasportate dal vento che si infrangono sulla spiaggia, una, dieci, cento, mille, milioni di volte, finché la tempesta si placa e tutto torna come prima. Pura illusione, perché niente sarà più come prima.
Lasciamo Varanasi per avvicinarci al confine indiano nepalese. Il luogo ideale per una sosta è Kushinagar, una cittadina senza grosse pretese, ma un’importante località di pellegrinaggio per i buddisti. Visitiamo lo stupa del Parinirvana. Lo stupa, che ha la funzione principale di conservare reliquie, a livello simbolico rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente che mostrano il sentiero dell’illuminazione.
E’ il nostro ultimo giorno in India. Il posto di frontiera più vicino è quello di Birgunj, ma ci viene altamente sconsigliato dagli indiani per le pessime condizioni della strada. Per questo motivo puntiamo sul posto di confine di Sunauli più distante, ma più affidabile. Partiamo all’alba avvolti da un nebbione impossibile e dal freddo intenso. Per fortuna uno strombazzante autobus ci accompagna proteggendoci con la sua mole per il primo tratto, quello con visibilità zero. Più a Nord il sole riscalda le nostre cavalcature illuminando i campi coltivati circostanti. Raggiungiamo il caos della dogana, che superiamo dopo due ore di lungaggini burocratiche. I doganieri nepalesi ci accolgono con calore. Noi approfittiamo della cortese accoglienza per chiedere informazioni inerenti il nostro Carnet de Passate en Douane, vale a dire il documento che accompagna la moto coperto da una fideiussione bancaria erogata dal proprietario, che garantisce al paese ospitante che la moto non venga venduta nel paese stesso. Il Carnet, che è stato rilasciato dall’Aci italiana, ha una validità di un anno, mentre la permanenza in un paese straniero, in questo caso il Nepal, non deve superare i sei mesi. E’ nostra intenzione di lasciare le moto nella capitale nepalese fino alla fine di luglio per visitare con un nuovo viaggio il Tibet e lo Yunnan e poi proseguire verso l’Indocina. A conti fatti, visto la data di entrata in Nepal, oggi è il tre di gennaio, quindi tra sei mesi sarà il tre di luglio, non abbiamo la possibilità di permanenza legale in questo paese. Decideremo sul da farsi una volta che avremo raggiunto Kathmandu.
Entriamo finalmente in Nepal. Il buio ci inghiotte nel vero senso della parola vista la totale mancanza di illuminazione delle strade nepalesi. Percorriamo un centinaio di chilometri lungo strade poco frequentate e circondate da fitte foreste. Anche il freddo è intenso. Per nostra fortuna in un piccolo villaggio di montagna si materializza una specie di alloggio. Non è un vero e proprio albergo. Le camere polverose e semplici, hanno finestre molto vissute che non si chiudono, ma hanno tutte un bel bagno, separato dalla camera da una rumorosa porta in lamiera zincata, con vista mozzafiato nella notte stellata dall’apertura ai quattro venti sopra la turca. L’albergo ha anche una cucina, ma la cena, constatato che da mangiare non c’è niente di niente, è altamente sconsigliata. A qualche centinaio di metri da questo luogo pittoresco c’è un’invitante locanda a conduzione familiare. I proprietari sono ben felici di ospitare un branco di lupi famelici come noi. L’unico inconveniente è che il nostro rifugio per la notte chiude alle ventidue in punto. “Chi ancora non sarà dentro rimarrà fuori” ci apostrofa il giovane titolare dell’albergo mostrandoci un vistoso lucchetto arrugginito. Poi aggiunge: “di notte da queste parti ci sono in giro solo banditi e ubriachi”.
Il panorama con la luce del giorno fatto di boschi secolari, pascoli e minuscoli villaggi è molto rassicurante. Il Nepal ci accoglie a braccia aperte, la gente sempre con un sorriso, i chilometri scorrono veloci come le acque cristalline dei fiumi color smeraldo che fiancheggiano la strada. Kathmandu ormai è vicina. Ce ne accorgiamo quando la strada inizia a salire vertiginosamente e ci ritroviamo dietro ad una colonna di camion che arrancano sbuffando zaffate nere dai loro scarichi. Anche la strada, da meravigliosa e liscia, si trasforma in un groviera di buche. Raggiunta la cima, ci appare Kathmandu, adagiata nella sua valle a mille trecento e cinquanta metri di altitudine.
L’hotel Nepalaya prenotato dall’Italia, incastonato nelle strette ed affollate vie del centro storico, è il luogo ideale per visitare la città.
Bibo ha deciso di spedire la sua moto in Italia, mentre noi, dopo aver parlato con un alto funzionario della dogana nepalese che ci ha consigliato di organizzare un altro viaggio a Kathmandu prima di questa estate per “azzerare” il nostro Carnet de Passage en Douane, abbiamo intenzione di continuare questo viaggio.
Lasceremo le nostre moto, la mia e quella di Antonio, a casa di Ahmed, lo spedizioniere della Eagle Export.
Prima della partenza abbiamo ancora il tempo per visitare uno dei più celebri luoghi della capitale nepalese, lo Swayambhunath, conosciuto anche come il Tempio delle Scimmie, sacro per i buddisti, che domina dall’alto questa grande e caotica città.
Laggiù, nell’angolo di un cortile di una piccola casa, guardate a vista da un “feroce” barboncino bianco, ci sono le nostre moto coperte da un telo di plastica arancione.
Staranno lì, sfidando le intemperie, lo smog e la polvere per quattro mesi aspettando solo il nostro ritorno.
Kathmandu 23 aprile 2013.
Io ed Antonio rientriamo velocemente in possesso delle nostre motociclette. Il barboncino bianco ha la sua cuccia a due metri dalla ruota posteriore della mia Africa Twin, la sua guardia è stata impeccabile e noi lo ringraziamo con un sacco di coccole.
Obiettivo del viaggio: una volata in India per “azzerare” il Carnet de Passage en Douane delle moto e un giro in questo magnifico paese che risponde al nome di Nepal.
Man mano che scendiamo di quota il caldo aumenta. In pianura già si superano i trenta gradi. Mentre percorro una bella strada immersa tra dolci colline punteggiate di minuscoli villaggi, la mia Africa Twin sbanda come se avesse una gomma a terra, infatti abbiamo la gomma posteriore sgonfia. Non vedo Antonio ed Alice da almeno un’ora, la coppia bergamasca è in avanscoperta e non sospetta neppure la nostra parziale defaiance.
Conosco molto bene la mia moto e nelle mie borse laterali non manca nulla, proprio nulla, per la sostituzione di una camera d’aria. Tutto procede per il meglio. Dopo aver scaricato tutti i bagagli e sfilato la ruota posteriore attacco con forza munito di lunghe leve la copertura e il cerchio, ma, nonostante i miei sforzi, la gomma non si stacca. Nella mia vita avrò forato un centinaio di volte, altrettante i miei amici, ma una gomma così bastarda non l’avevo mai incontrata prima di oggi. In questi casi non c’è altro da fare che caricarsi la ruota sulle spalle, fermare un mezzo e raggiungere un gommista. Tra una cosa e l’atra ci vorranno dalle due alle tre ore. Niente di straordinario. L’unica cosa che non mi piace è che devo abbandonare Silvia, la mia dolce compagna, in mezzo ad una strada poco trafficata e sotto al sole cocente. Non ci sono alternative. Parto. Passa un vecchio autobus strombazzante con i passeggeri seduti dalla mia parte che salutano calorosamente, ma se ne va. Il secondo, un furgone con tanta vita all’interno, tira una gran frenata pur di non perdere l’occasione di darmi una mano. Dentro il mezzo fa un caldo pazzesco. Ci saranno venti persone per dieci posti a sedere. Un signore ben vestito si alza, fa alzare anche la donna al suo fianco, forse sua moglie o sua figlia chissà, ne prende il posto, fa accomodare la signora sulle sue ginocchia e me al suo fianco. Rimane da sistemare la ruota, che viene incastrata tra due passeggeri come fosse un cesto di margherite profumate invece di una gomma sporca di fango e grasso. I due signori che l’abbracciano come fosse una bella donna mi guardano con soddisfazione. Tutto è a posto. Possiamo ripartire. Le curve si susseguono una dopo l’altra. Dentro ondeggiamo all’unisono paurosamente pigiati come sardine. Di tanto in tanto l’autista effettua fermate regolari e altre soste abusive. La gente sale e scende, ma sono sempre di più quelli che salgono, alcuni si scambiano saluti e la mia gomma passa di mano in mano trattata con delicatezza quasi fosse un bambino. All’improvviso il pesante furgone si ferma davanti a un distributore di benzina. Mi sento osservato. Capisco che devo scendere. La metà dei passeggeri mi aiuta nella complicata operazione, l’altra metà commenta soddisfatta. Tutti mi salutano. Chiedo all’autista, mostrando qualche banconota, se necessita di un meritato quanto improbabile compenso. La risposta è un largo sorriso e un commento più simile ad una canzone che a una frase, ripetuta da tutti i passeggeri fino ad una sonora risata finale.
E’ la gente come questa che rende il Nepal un paese Grande.
Dall’altra parte della strada sotto una tettoia di lamiera arrugginita, tra avanzi e di gomme, camere d’aria scoppiate che galleggiano in una vasca da bagno colma d’acqua e un vissuto compressore coperto di escrementi di uccelli, c’è il Signor Gommista. Mi viene incontro il suo apprendista, un ragazzino sporco e mal vestito, ma piuttosto sveglio. Io gli racconto la solita storia del mago, vale a dire che il cerchio in alluminio e magnesio è fragile e bisogna fare molta attenzione. Lui impugnata una pesante mazza d’acciaio e un gigantesco scalpello con la punta piatta sempre del medesimo metallo, dopo aver assestato due robuste mazzate tra la gomma e il cerchio ha già smontato il copertone. La camera d’aria ha un solo buco mentre la camera d’aria nuova ancora nella scatola che ho portato dall’Italia proprio non lo convince visto che ha la valvola parzialmente piegata. Succede quando fai quindicimila chilometri e non controlli mai i ricambi. Il Maestro decide di usare il vecchio metodo, quello della vulcanizzazione, un po’ lungo, ma assolutamente affidabile. Abbiamo tutto il tempo anche per conversare amabilmente, come fossimo in un salotto della Milano bene, tra il profumo di una tazza di tè , qualche biscotto stantio e la puzza della gomma bruciata, fino alla fine delle operazioni.
Il ritorno alla moto è altrettanto movimentato, l’unica differenza è che al posto di un furgone si ferma un vecchio camion pilotato da un folcloristico e sudatissimo autista con una canottiera a righe e suo figlio.
Ritrovo Silvia, sotto il sole, ma in ottima forma. Le donne dei villaggi vicini le hanno portato acqua, frutta e tanta compagnia.
Ripartiamo. Antonio e Alice ci stanno aspettando all’ombra di un gigantesco platano, davanti ad un piatto di pollo arrostito annegato nel riso.
Prima del tramonto abbiamo ancora il tempo di sostituire la vecchia camera d’aria posteriore appena rattoppata, purtroppo ho di nuovo forato, con un’altra camera d’aria nuova gentilmente prestata da Antonio in cambio della promessa di una cena luculliana che faremo a mie spese dopo il nostro ritorno in Italia.
La dogana tra il Nepal e l’India ci accoglie come si accolgono i figli che ritornano dal fronte dopo anni di guerra, mentre non sono passati che quattro mesi dall’ultima nostra visita. Scherzi a parte l’accoglienza è davvero amichevole e anche il comandante ha ben compreso che nessuno di noi vuole fare il furbo. Tutti hanno capito che la nostra intenzione è quella di lasciare le moto a Kathmandu fino alla fine di luglio, non per venderle al miglior offerente, ma per proseguire il viaggio. Rimane solo da sistemare il termine legale della permanenza delle moto, che sommati tutti i giorni passati dalle due ruote in Nepal da gennaio ad oggi, è il 12 giugno 2013. Basterebbero quaranta tre giorni di proroga per avere la copertura fino al 25 luglio 2013.
Avevamo convinto il comandante, la guarnigione, gli impiegati doganali, tutti. Tutto filava liscio come l’olio, finché è sbucato “Lui”. Basso, bruttino, faccia da pirla perché uno ci nasce con una faccia così. E’ arrivato in sella ad uno scassatissimo scooter, con in testa un casco che qualcuno aveva buttato cent’anni prima in discarica. Un individuo che quando parla, non importa in quale lingua, non capisci un accidente, che ha sempre ragione lui, uno che ha sfogliato e cercato in un vecchio libro ammuffito di duemila pagine, zeppo di leggi e codicilli, finché ha trovato le due righe di un vecchio codice, che risaliva ancora alla dinastia dei Moghul, che confermava che Lui aveva ragione, che il suo comandante e tutta la combriccola avevano torto e che noi dovevamo riportare a casa le nostre motociclette entro una settimana. Incredibile!
Negli uffici doganali, grazie a questa persona, la situazione diventa via via sempre più nauseante, finché giungiamo alla decisione di fregarcene del doganiere pignolo e di puntare verso altre dogane indiane/nepalesi, non molto distanti da Sunauli, forse più tolleranti che ci consentano di continuare questo viaggio.
Ci sono due varchi doganali nel raggio di cento chilometri che fanno al caso nostro: Kunuva e Lumbini, il luogo dove è nato il Buddha. Cento chilometri sulle strade indiane, visto il traffico mille volte più intenso del Nepal, non sono uno scherzo.
Raggiungiamo il primo posto di frontiera nel tardo pomeriggio solo per sentirci dire da una coppia di gentilissimi gendarmi che il transito è aperto solo per i locali. A Lumbini invece non ci sono problemi, ma si entra solo a piedi. A questo punto, per tornare in Nepal, non ci rimane che rientrare da Sunauli. Lasciamo la strada conosciuta zeppa di camion per una via più diretta, ma “molto” secondaria. Questa scelta, un full immersion nella completa oscurità della campagna indiana, si rivelerà ben presto assai azzardata.
Percorriamo una stretta lingua d’asfalto consumata dal tempo e piena di umanità che rientra dopo una dura giornata di lavoro nei campi. Uomini esausti con vistosi turbanti bianchi in compagnia di mastodontici buoi che trascinano carichi assurdi, biciclette, trattori del secolo scorso, vetuste automobili, sciami di bambini urlanti e vecchi altoparlanti di fiere di paese ancora più strombazzanti, un intero mondo avvolto nella polvere e nel sudore che si sposta con lentezza esasperante in un paese dove non piove da un’eternità. Pesante, quasi disumano guidare in queste condizioni moto cariche come le nostre, ma nello stesso tempo un viaggio straordinario, l’ennesimo regalo dell’India fuori dai percorsi turistici, quella che preferisco, quella che puoi respirare e toccare con mano.
Raggiungiamo Sunauli molto tardi. Superiamo in poco tempo i controlli degli indiani. I doganieri nepalesi invece sono già andati a casa, anche il nostro “amico”, ma i pochi rimasti che ci conoscono molto bene ci lasciano passare senza controlli e ci danno appuntamento per la mattina seguente per le pratiche burocratiche. A pochi chilometri c’è un albergo confortevole, la notte passa in un lampo, poi dobbiamo affrontare un’altra volta, l’ultima, le pratiche doganali. Le poche speranze che abbiamo vanno in fumo quando l’integerrimo gendarme scrive sul nostro Carnet che le moto dovranno uscire dal paese entro il 5 maggio 2013. Solo a questo punto abbiamo capito che il nostro viaggio era arrivato al capolinea. Si può combattere anche contro il peggiore nemico, ma niente si può fare quando il destino ti rema contro. Ci rimane una settimana per visitare il paese, poi da Kathmandu spediremo le nostre amate moto a casa.
Pokhara dorme adagiata sulla sponda del Lago Phewa a mille metri di altitudine. La città, oltre a qualche locale caratteristico, non ha molto da offrire, ma è vicina ad uno dei posti più belli del mondo per quelli che amano la montagna e i trekking. A pochi chilometri dal centro una ripida salita sterrata conduce sul versante alto del lago dal quale si ha una delle più belle vedute sull’Himalaya, la vista spazia dal Dhaulagiri al Manaslu, che superano gli ottomila metri, all’Annapurna e al Machapucchhre.
Lungo la pista abbiamo anche il tempo di assistere ad un matrimonio di una giovane coppia festeggiata da un intero villaggio, poi mentre Antonio ed Alice sostano per il pranzo, io e Silvia seguiamo il nostro istinto lungo una stretta via che conduce chissà dove. La strada circondata da una fitta vegetazione si perde in una valle. Ci fermiamo nei pressi di un irraggiungibile minuscolo nucleo abitato collegato alla strada solo da un ripido sentiero. Una sosta per me e per la moto, mentre Silvia, armata solo della sua macchina fotografica e dalla voglia di entrare in contatto con la gente raggiunge le piccole case di legno a piedi. Al suo ritorno, dopo circa un’ora, è un fiume in piena di parole. Il villaggio, soprattutto donne e bambini l’hanno adottata, le hanno spalancato le porte delle loro case, le hanno accarezzato i lunghi capelli biondi, le hanno chiesto se fosse sposata, quanti anni avesse, tutto. Queste sono le esperienze più belle.
Rientriamo verso Kathmandu visitando prima Patan, una delle più antiche città reali del Nepal, poi Bakhtapur che fu capitale del regno Malla, entrambe patrimonio dell’umanità dell’Unesco e, per finire, nella capitale nepalese, anche Pashupatinath sulle rive del sacro fiume Bagmati, dove sulla sponda di destra è possibile assistere alle cremazioni.
Anche il tempo della spedizione delle moto è arrivato. Viaggeranno in una cassa su un’aereo della Thai Airways. Le ritroveremo all’aeroporto di Malpensa.
Prima di partire visitiamo uno dei luoghi più straordinari di Kathmandu, lo stupa di Bodnath, sacro per i buddisti tibetani.
La base dello stupa è un mandala (simbolo della terra), su questa base poggia una cupola (simbolo dell’acqua), sormontata da una guglia (simbolo del fuoco), un parasole (simbolo dell’aria) e da un pinnacolo (simbolo dell’etere).
Dalla guglia quadrata gli occhi di Buddha guardano nelle quattro direzioni. Ovunque.
La stessa cosa dovremmo farla noi pensando a questo viaggio che avrebbe dovuto portarci a fare il giro del mondo in motocicletta, che in Nepal è improvvisamente finito.
Forse questo nostro “Go To The Eastern States” verrà abbandonato al suo destino, quello di rimanere per sempre un sogno irrealizzato, oppure ripartirà da un’altra parte. Non so. Una cosa è certa in questa avventura non c’è stato giorno in cui non mi sia sentito vivo, non c’è stato attimo in cui la bellezza non mi abbia abbagliato oppure l’energia mi abbia abbandonato. In un viaggio come questo più che le cose meravigliose che vedi, sono le persone che incontri, quelle con cui lo condividi, la vita che scorre ogni giorno in ognuno di loro, che fa la differenza e finché questo sacro fuoco arderà intenso in ognuno di noi, finché avremo la voglia di provare queste emozioni niente andrà perduto. Basterà far leva sulle nostre passioni, sui sentimenti che covano indelebili dentro di noi. Basterà davvero poco perché una nuova avventura abbia inizio.