Etiopia Omo

Articolo pubblicato da Mototurismo – N. 118 – Marzo 2004
FERENGI

In questo modo vengono chiamati in Etiopia tutti i forestieri. All’inizio può dare fastidio o creare nervosismo, con il passare dei giorni ci si abitua,  alla fine la cosa è molto divertente.

Un volo diretto Etiopian Airlines  da Roma ci sbarca, dopo circa sette ore, ad Adis Ababa, che in lingua locale significa “il nuovo fiore”. Appena si apre il portellone, una vampata di aria calda satura le nostre narici. L’odore è inconfondibile: benvenuti in Africa.
L’aeroporto di Adis Ababa è moderno e in pochi minuti sbrighiamo le pratiche doganali. Veniamo accolti con cortesia e cordialità.
Un bel cielo azzurro e uno splendido sole caldo ci annunciano che da queste parti, nonostante la città sia a 2300 metri sopra il livello del mare, l’inverno non esiste. La temperatura è di 25°C.
Un  pulmino ci accompagna in un albergo più che decoroso. Le camere sono spartane, il bagno ha la doccia calda. Niente male per 14 dollari a testa.
Dopo poche ore di relax facciamo due passi in città. Entriamo in un locale tipico. E’ l’ora del the: buoni i dolci a base di miele, ottimo il caffè.
Sono le diciotto, è l’ora del tramonto. Visitiamo la cattedrale cristiano-copta di S. Giorgio. E’ un edificio ottagonale ricostruito da Menelik alla fine dell’ottocento. Impressionante il fervore religioso dei fedeli.
Una zaffata pungente di incenso ci accoglie all’entrata di un ristorante. E’ un locale completamente in legno. Ordiniamo un piatto di gruppo formato da una base di injera, una specie di focaccia acida e amara servita su un grosso piatto di metallo circolare, accompagnata da piatti tradizionali speziati e da salse piuttosto piccanti.  Si può arrotolare e riempire di altri cibi o intingere nelle salse e visto che le posate non esistono è un’invenzione piuttosto brillante.
Ci svegliamo presto la mattina e una brutta notizia si abbatte su di noi come una mannaia: le moto non sono ancora ad Adis Ababa.  Il cargo che doveva effettuare il trasporto ha centrato in decollo un grosso uccello! Di conseguenza un motore è stato danneggiato. Dobbiamo aspettare.
La nostra permanenza in città si protrarrà per altri tre giorni. Decidiamo di visitare il museo nazionale dove “riposa” Lucy  scoperta nel 1974 nell’area nordorientale.  Gli etiopi la chiamano Denkenesh cioè “sei meravigliosa”. Francamente la vista di quello che rimane dello scheletro non è una gran cosa, ma  quello che rappresenta  è straordinario: il più antico  ominide  del mondo che risale a 3,2 milioni di anni fa.
Nel pomeriggio visitiamo il cimitero italiano di Adis Ababa, dove riposano i caduti della guerra di Abissinia del 1935/1937.
Camminando per la città si incontrano decine di mendicanti. E’ un pellegrinaggio continuo di gente che chiede soldi. Persone di tutte le età. E’ una triste realtà, con cui è difficile convivere. Ho chiesto consiglio in merito  a un cittadino italiano che è nato ad Adis Ababa. Mi ha risposto: “Non devi farci caso. Io non li vedo neppure”. Come faccio a non vedere  tutte quelle mani tese, quegli occhi velati, gli storpi, quelli stesi sul marciapiede, quelli senza speranza? Alla fine bisogna dare qualcosa anche se sono cosciente di non risolvere niente.
Il giorno seguente si unisce a noi un altro gruppo di motociclisti. Anche loro aspettano le moto per un raid che li porterà in Sudan. In autobus tutti insieme   visitiamo il lago Ziway ricco di  pesce e popolato da grossi pellicani, e in seguito il lago Langano. Particolare la colorazione dell’acqua che sembra the con goccio di latte. Ottimo il pranzo sulla spiaggia, a base di pesce.
Finalmente la buona notizia: le moto arrivano in serata!  Si parte!
Recuperate le moto torna il buon umore e il gruppo prende forma: Andrea ed Eleonora su una Bmw F 650 P/D, Stefano ed Evania su una Suzuki 400, Giorgio e Viviana su una Honda Transalp, Renato su una Aprilia 350 Tuareg, Paolo “Dado” su una Honda Transalp, Marco su una Ktm 525 EXC, Giampiero su una Honda XR 650, io con una Ktm LC4 Adventure, infine Paola e Claudia passeggere sulla jeep.  Due grosse jeep ci accompagneranno per tutto il viaggio: una  Toyota guidata da Sansebi, un giovane etiope simpatico e volonteroso, trasporta i nostri bagagli leggeri e le ragazze. Un’altra Toyota, che qui chiamano “ambulanza”, cioè una jeep “passo lungo” con due soli posti disponibili davanti e un grosso vano posteriore, carica tutti i bagagli pesanti, la benzina per le moto, l’acqua, il gasolio, i viveri per 13 giorni e la cassa cucina. Al volante un giovane del posto  dal nome impossibile. Il gruppo in seguito lo chiamerà: “Jimmy il fenomeno” per le sue “doti particolari”.
Nei primi chilometri la strada è  trafficata soprattutto da mezzi pesanti. Parecchi uomini, donne, bambini e animali la percorrono in entrambi i sensi. Il fondo stradale è buono, la nostra media pure. In poche ore raggiungiamo il parco nazionale di Abijatta-Shalla, dove campeggiamo in una splendida radura proprio fra i due laghi. Il tramonto è straordinario. In pochissimi minuti è buio e ci ritiriamo nelle tende molto presto.
In lontananza qualche ululato di  iena ci fa rabbrividire. Ci addormentiamo cullati dal vento, sopra di noi una volta stellata senza luna, mozzafiato.
Ci svegliamo alle sei e, dopo avere smontato il campo, visitiamo il parco. E’ il primo sterrato del viaggio. In pochi minuti siamo avvolti da una nuvola di polvere impalpabile. E’ la prima vera contaminazione. I nostri abiti cambiano colore.
In riva al lago moltissimi fenicotteri rosa si alzano in volo spaventati dal rumore dei motori. Ad un certo punto attraversiamo un ruscello di acqua bollente. Incontriamo alcuni Oromo, l’etnia più numerosa d’Etiopia, l’accoglienza è commovente: applausi al nostro passaggio. Ritorniamo sulla strada asfaltata, puntiamo decisamente a sud seguendo la Rift Valley.
Il paesaggio cambia continuamente: pascoli polverosi lasciano il posto a piantagioni di caffè, di avogado e di canna da zucchero, poi alla nostra destra si materializza un’altura. Si tratta del monte Damot di 2700 metri: è completamente ricoperto da  terrazze coltivate.
Arriviamo nel tardo pomeriggio ad Arba Minch, un grosso centro tra i laghi di Abaya e Chamo.
“Campeggiamo” in un hotel vista lago. La temperatura è favolosa. La cena, tutta italiana, è a base di rigatoni al sugo, provolone, bresaola. Alla fine, il panettone e lo spumante caldo. Auguri! Oggi è Natale.
Decidiamo di visitare il parco nazionale di Nechisar. Il guardiano del parco ci sbarra la strada: “stop, vietato entrare in moto!” Lunghe discussioni sul da farsi, poi arriva un anziano signore, i due confabulano un po’, alla fine via libera: “potete entrate. Ma state attenti ai coccodrilli!”
Il percorso ad anello si snoda intorno ai due laghi per una lunghezza di circa 100 chilometri.
La strada sterrata all’inizio è molto polverosa, poi entra in una fitta boscaglia abitata da parecchi babbuini. Poi  sale, il fondo è roccioso, sotto di noi una splendida vista sul lago Chamo e sui suoi coccodrilli lunghi fino a otto metri, assolutamente non aggressivi nei confronti degli uomini, ma degni della nostra massima attenzione. Davanti a noi un passaggio impegnativo: una salita degna di uno skilift di Courmayeur! Avanti a fatica, per fortuna il tratto è breve. Il gruppo si sgrana: Dado sale a fatica, alcune moto si “impuntano”. Arriva Stefano e sale come se niente fosse con la sua compagna Evania aggrappata al sellino. Davvero bravo il nostro “tedescone” con i suoi pantaloni neri in pelle e bretelle da vero endurista!!! Procediamo per alcuni chilometri, poi una sosta ad aspettare gli altri. Arriva Renato: “Brutte notizie ragazzi, la jeep non ce la fa. Andiamo avanti con cautela, non dobbiamo forare e siamo senza acqua e … mannaggia, ho dimenticato pure il casco sulla jeep”.
Ripartiamo, fa molto caldo, inizia una ripida salita verso un altopiano. Alcune zebre pascolano incuranti della nostra presenza. Finalmente arriviamo in cima: il panorama è mozzafiato!
E’ tardi e decidiamo di ritornare indietro. Renato non arriva. Eccolo finalmente, rosso come un peperone e …la gomma posteriore a terra. Gli dico: “meglio a te che a me”. Mi guarda sconsolato, poi scoppia a ridere. Rientrerà a fatica in piedi sulle pedane. Un solo commento: “grande Renè”!
Usciti dal parco facciamo sosta in una locanda per dissetarci. Il pavimento del locale è completamente ricoperto dai fondi di caffè. Le nostre facce sono un miscuglio di terra e sudore, i capelli sono unti e sabbiosi, gli abiti di un colore indefinito, siamo stanchi, ma pienamente soddisfatti.
Rientriamo. Il lungo rettilineo in terra rossa che ci separa dal campeggio sembra non finire mai. Arriviamo. Finalmente una bella doccia. Anzi … l’acqua è finita. Alcuni di noi si laveranno con una bottiglia. Cena veloce. Sprofondiamo in un sonno ristoratore.
Alle sei Renato ci sveglia. La colazione è ricca: formaggio, miele, marmellata, latte condensato, biscotti, una vera bomba energetica.
La nostra destinazione è Chencha, a soli trentasei chilometri da Arba Minch, sulle montagne Guge, a 2500 metri di altitudine, territorio dei Dorze. E’ giorno di mercato. C’è di tutto: animali, verdura, frutta, stoffe e beni alimentari di prima necessità. Entriamo in un locale per un forte caffè etiope e incominciamo a cantare. Un signore commenta: “bello questo rumore!”
Riprendiamo la strada per Konso. La pista è scorrevole e alcuni di noi raggiungono velocità elevate. Di tanto in tanto, dal polverone appaiono piccoli villaggi. Nelle brevi soste siamo praticamente sommersi dagli indigeni. Alcune donne accarezzano sbalordite i lunghi e lisci capelli di Eleonora. Centinaia i bambini.
Arriviamo a Konso nel tardo pomeriggio, anche da queste parti  niente acqua e niente benzina. Usiamo le nostre scorte. Jimmy il fenomeno riempie tutti i nostri serbatoi.
Luci basse, cene al buio dove non sai che cosa mangi, cibi speziati e piccanti accompagnati dalla musica locale assordante e, quando sono le otto, è notte fonda e non vedi l’ora di entrare nella tua tenda. Poi l’odore.   Un odore a metà strada tra la terra che hai addosso, quella che ti è entrata nei polmoni e il selvatico. Impossibile non essere contaminati. Forse è proprio quello che voglio. Sentirmi Africano. Sentirmi vicino a questa gente. Immergermi in questo bagno di folla quotidiano, dove tutti toccano tutto, dove un semplice gesto come abbracciare un bambino ti fa sentire veramente felice. Nonostante la povertà e la quasi assoluta mancanza di mezzi, la gente che ho incontrato mi ha sempre regalato un sorriso, un saluto, trasmesso calore e soprattutto una grande voglia di vivere.
Decidiamo di visitare un villaggio nei dintorni. Si chiama New York ed è situato su di uno strapiombo di pinnacoli rossi. Ci facciamo strada fra la folla che ci acclama. La pista molto divertente è una vera prova speciale di trenta chilometri. Giampiero “scarica” tutti i cavalli della sua XR, poi, arrivato a destinazione, torna indietro e la ripercorre un’altra volta.
I Konso, fino a poco tempo fa, vivevano lontani da qualsiasi influenza proveniente dall’esterno. La società pagana organizzata secondo un complesso sistema basato sulle classi di età vanta una ricca cultura e un’economia agricola molto specializzata ed efficace.
Partiamo per Turmi. I primi cento chilometri sono molto impegnativi. La pista si arrampica su alcune montagne e le pietre aumentano rallentando la nostra andatura anche con alcune forature. Finalmente in cima, sotto di noi appare una vallata verde straordinaria. Inizia una discesa da brivido, con lunghi rettilinei. La velocità di punta supera i cento km/h. La temperatura, che fino ad ora si era mantenuta sui trenta gradi, sale inesorabilmente fino a quaranta.
Arriviamo a Woito. Facciamo sosta per dissetarci in una specie di ristoro. Incontriamo i primi Hamer.
Jimmy il fenomeno, che è sempre in disparte e non comunica con nessuno, finalmente sfodera tutto il suo “savoir-faire”. Contatta una giovane e bella ragazza locale e la convince a seguirlo. Sarà la sua compagna per una settimana.
Il resto della pista è appena stato livellato. Viaggiamo sul velluto per i restanti 100 chilometri che ci separano da Turmi, la più importante città Hamer. Più che una città, Turmi è un villaggio che si anima moltissimo il lunedì, giorno di mercato. La piazza principale si riempie di Hamer che fanno acquisti, vendono verdura, spezie, burro, miele e le bellissime zucche incise utilizzate dalle donne come cesti per la spesa e come borsette per il denaro. Esibiscono capigliature trattate con il burro e argilla rossa. Gli uomini, invece, presentano una pittura corporale che riproduce  pantaloni attillati, oppure calze che arrivano al polpaccio; tutti hanno l’inseparabile seggiolino che usano quando sono stanchi.
Due bambine salgono sulle moto e ci accompagnano in campeggio. Sono molto gentili, tanto da aiutarci a piantare la tenda. Regaliamo loro due magliette. I loro occhi brillano di felicità.
Di buon’ora partiamo per visitare un villaggio Hamer. Seguiamo una pista di circa 20 chilometri nella savana. Il caldo è insopportabile. La cosa strana è che, prima ancora di vederli, gli Hamer li puoi sentire. Il loro odore è inconfondibile.
“Sabbioni e traccioni” rendono il tragitto un vero calvario. Veri e propri cunicoli sotto le acacie mettono a dura prova le nostre giacche. Evidenti tracce sulla sabbia mi indicano che qualcuno prima di me ha “fatto un dritto” ed è finito nella fitta boscaglia. Il suo nome non verrà rivelato nemmeno sotto tortura. “Dado” è impegnatissimo, mi affianco a lui e gli dico: “quando torni a Roma dopo un viaggio così, anche se ti tirano un incudine in faccia, non ti fanno male. L’incudine rimbalza tanto sei duro”.  Sorride soddisfatto.
Arriviamo al villaggio. Fra poche ore inizia una festa: un ragazzo diventa uomo.
Alcune donne cantano eccitate in un recinto e aspettano di essere “scarnificate”. Vengono tagliati alcuni lunghi e flessibili rami, e consegnati al ragazzo. Le donne lo stuzzicano. Questo inizia a frustarle a sangue. Le ragazze non emettono un lamento. Alcune sono ferite. La cosa si ripete per circa due ore. A questo punto, le donne si ritrovano nel recinto e danzano mentre in un angolo gli uomini preparano il sacrificio di una capra. La capra viene uccisa e il cuore offerto al ragazzo che si sposta in un’altra zona del villaggio, dove si prepara a saltare per tre volte i tori, dimostrando tutto il suo coraggio. Ora è pronto a diventare uomo e a scegliere la donna che sarà la sua compagna. Darà in seguito trenta capi di bestiame alla famiglia della donna.
Rientriamo in campeggio al tramonto.
Megona, la bimba di 12 anni che ci ha aiutati, ci saluta mentre partiamo per Omorate, indicata su alcune cartine come Kelem. I 120 chilometri di pista vengono “divorati” in fretta. Omorate è un piccolo villaggio sul fiume Omo, ultimo avamposto prima di arrivare al lago Turkana e al confine con il Kenya. Attraversando il fiume color terra su alcune canoe rudimentali, praticamente un tronco scavato, oppure su una specie di barca di allumino senza remi,  si può visitare un villaggio di Galeb.
Un gruppo di ragazzini nuota nel fiume. Lo sbarco è infuocato: un vero e proprio assalto indigeno. Scattiamo alcune foto a pagamento poi, vista l’insistenza dei nativi, decidiamo di evitare il villaggio.
E’ tardi e dobbiamo arrivare prima del tramonto a Mururle.
“Jimmy il fenomeno” è sparito con la  jeep e il suo prezioso carico. Fortunatamente, lo ritroveremo abbracciato alla sua bella “fresco come una rosa”, accampato una decina di chilometri fuori dal villaggio.
Inizia la pista per Mururle. E’ poco più di un sentiero, c’è parecchia sabbia, e incontriamo diversi animali. Il paesaggio è tipico: acacie, erba giallastra alta un metro a perdita d’occhio. Di tanto in tanto, mi fermo insieme ad Andrea, Eleonora, Stefano ed Evania, che guidano il gruppo. Appena spegniamo i motori, il rumore del vento ci fa rabbrividire. Siamo sicuri che in questa zona non ci siano leoni, ma basterebbe vederne uno finto per farci venire un infarto.
Ad un certo punto, la strada si divide e non sappiamo che direzione prendere. Non abbiamo scelta: dobbiamo aspettare le jeep. Il gruppo si ricompatta, ma delle jeep nessuna notizia. E’ l’ora del tramonto, e siamo fermi nella savana. Finalmente le jeep arrivano. Un guasto prontamente riparato da “Jimmy il fenomeno” aveva momentaneamente messo fuori uso “l’ambulanza”.
Un grande cartello ci accoglie nel Mago National Park. Bello e accogliente il campeggio di Mururle, anche se sprovvisto di bibite, tutte prenotate dai tour operator.
Non abbiamo altra scelta che berci l’acqua del fiume filtrata. Una gradita sorpresa: una lunga e fresca doccia rigeneratrice!!!
Steso nella mia tenda ascolto il rumore del vento: parte da lontano, quasi in punta di piedi, poi lo senti girare tra gli alberi, come se ancora non avesse deciso dove andare, alla fine ti arriva addosso fresco, carico di profumi, di rumori. Ti tiene compagnia.
Mi sono abituato completamente ai ritmi africani dettati dal sole: sveglia poco prima dell’alba e, quando scende la sera e fa buio, la stanchezza, il torpore, il sonno ti piombano addosso e ti addormenti soddisfatto con la testa sgombra di pensieri.
Partiamo di buon’ora al mattino. Mentre procedo con una discreta andatura, un’antilope mi affianca  spaventata. E’ un animale fantastico. Posso ammirarne lo sforzo fisico e la pelle tesa e lucente. Rallento. Mi passa davanti come un fulmine. Sono estasiato e non mi accorgo di una grossa crepa nel terreno. La ruota davanti vi entra perfettamente e la moto mi scaraventa a terra. Batto la testa  sul terreno sabbioso. L’impatto è violento, ma non riporto nessun danno, ho solo il tempo di vedere scomparire l’animale nella macchia. Arriva Renato e mi dice: “Fatto male?” “No” rispondo io. E lui: “Eh, eh, meglio a te che a me.”  Riparto immediatamente e dopo pochi chilometri arriviamo ad un villaggio Karo situato a strapiombo sull’Omo river.
I karo con una popolazione di soli 1000 individui sono un gruppo etnico a rischio di estinzione. Ci accolgono con cordialità. Sono considerati maestri nella pittura del corpo, ed utilizzano spesso chiodi, cartucce, biro nei gioielli che indossano.
Riprendiamo la pista che attraversa il parco. Fa un caldo tremendo. Incontriamo ogni sorta di difficoltà: sabbia, pietre, erba alta, guadi e parecchi animali. Ad un certo punto troviamo grosse quantità di sterco. Attenzione: elefanti in circolazione! Percorriamo 80 chilometri in quattro ore.
Finalmente arriviamo nel cuore del parco stanchi e assetati. Non siamo più un gruppo. Siamo una banda di motociclisti brutti e sporchi, ma felici. Campeggiamo in una radura circondata da una fitta vegetazione. Un ranger armato di fucile sarà la nostra guardia per la notte. Di tanto in tanto un grosso babbuino viene a prendersi il cibo direttamente dalle nostre mani. E’ l’ultimo giorno dell’anno. Festeggiamo con pasta al sugo, speck e dolci italiani. Poco dopo il tramonto sono costretto a ritirarmi nella tenda perché gli insetti mi stanno divorando. Buon anno a tutti!
Un gracchiare assordante di rane ci sveglia poco prima dell’alba. Ci dirigiamo verso i villaggi Mursi. Dopo pochi chilometri ne incontriamo alcuni: sono completamente nudi! Alcuni hanno il corpo dipinto e le donne hanno il piattello labiale. Incontriamo dei rudimentali posti di blocco con il solo scopo di incassare qualche soldo. Giorgio rimane indietro, e praticamente gli portano via tutto quello che ha nelle tasche posteriori della moto. La pista sale. Il panorama è straordinario. Seguiamo una pista verso nord, ma ben presto ci accorgiamo che la direzione è sbagliata. In alcune moto la benzina sta finendo e delle nostre jeep nessuna notizia. Decidiamo a malincuore di ritornare indietro. Dopo 40 chilometri, incontriamo la jeep di Sansebi, che ci informa che la vettura di Jimmy il fenomeno ha una perdita di gasolio e si dirige verso Jinka, un grosso centro a 50 chilometri di distanza. Marco ha una gomma a terra. Il gruppo si divide in due: uno si ferma in una radura nei pressi di un torrente e ripara la gomma di Marco, e l’altro, con la jeep, va a visitare un villaggio Mursi nelle vicinanze. Mentre ripariamo il pneumatico, incominciano ad arrivare alcuni Mursi. Uno, il capo è  armato di Kalashnikov. Sono un po’ alterati ed aggressivi. Vogliono soldi. Cerchiamo di ignorarli. Non funziona. L’aria si fa pesante. Per rompere il ghiaccio, visto che è impossibile comunicare, invito il più scalmanato a fare un giro sulla mia moto. Felicissimo, sale. Facciamo un breve giro. Ritorno indietro e il tipo va su tutte le furie. Vuole essere pagato! Cerco di spiegargli che sono io che gli ho fatto un favore. Niente da fare! Pago 10 birr per togliermelo dai piedi. I Mursi aumentano e anche i kalashnikov. C’è tensione, ma l’idea geniale viene alle ragazze: incominciano a cantare. In poco tempo parecchi Mursi si fanno coinvolgere. Passano lentamente due ore prima che arrivi la jeep con il resto del gruppo. Finalmente ripartiamo per Jinka.
Procediamo ad andatura lenta, visto che praticamente abbiamo quasi finito la benzina. Giorgio è il primo a rimanere a secco. Risolviamo il problema togliendo tre litri dalla mia moto che ha un serbatoio di 28 litri. Dopo pochi metri sono io a rimanere a secco. Per un istante è panico, poi mi accorgo di non avere riaperto il rubinetto del serbatoio. Ripartiamo. La strada sale vertiginosamente. In discesa spegniamo i motori. E’ il turno di Dado di rimanere a piedi. Togliamo due litri dalla moto di Renato. Avanti di nuovo. Arriviamo ad un villaggio e chiediamo: “quanti chilometri per Jinka?” La risposta: “Sette!” Riprendiamo fiato. Ad un certo punto, davanti a noi, c’è un guado da attraversare. L’acqua è profonda e scura. Alcune mucche vi pascolano dentro. Non abbiamo scelta: dobbiamo passare!  Alcuni ragazzini ci indicano il lato destro, dove l’acqua è più bassa. Avanti il primo. L’acqua arriva alla sella, la moto sputacchia un po’, ma arriva indenne dall’altra parte. Passiamo tutti, siamo fradici e maleodoranti. Arriviamo a Jinka, finalmente  l’aria è fresca.
Fissiamo le tende in un accogliente campeggio provvisto di bibite fresche e docce. Siamo ritornati alla civiltà.
Mezz’ora prima dell’alba un milione di galli annunciano che un nuovo giorno sta per incominciare. Oggi ci aspetta un “tappone” di 260 chilometri. All’uscita del villaggio, distratto dai saluti calorosi dei nativi, finisco in una buca profonda un metro in mezzo alla strada. Mi rialzo dolorante. Attraversiamo alcune zone di montagna. La pista, molto tortuosa all’inizio, incomincia a scendere verso una valle polverosa, dove incontriamo alcuni pastori. Poi proseguiamo verso Woito. E’ in questa località che termina la breve, ma intensa relazione tra Jimmy il fenomeno e la sua giovane compagna. Ripartiamo per Yavelo, la capitale del popolo dei Borana. In questa località ritroviamo l’asfalto dopo circa 2000 chilometri di sterrati.
Il giorno seguente percorriamo la statale n.6  che porta a Moyale, verso il confine con il Kenya per visitare il cratere di Soda. Una bella pista nella savana, popolata da babbuini, faraone selvatiche e dik dik ci porta fino allo strapiombo, dove si può ammirare un piccolo lago di acque nere. Più che un cratere sembra una grossa voragine procurata da un meteorite. Tutto il villaggio è venuto a darci il benvenuto. Nel gruppo noto una bella ragazza molto alta. Si chiama Tusca, avrà circa vent’anni, e tiene per mano due bambini. Cerco di stringerle la mano, un gesto semplice per comunicare. La sua timidezza è disarmante. Dolcissimo il suo sorriso.
Poi facciamo una sosta a Dubuluk per ammirare i “pozzi cantanti”, che consentono l’abbeverata a circa 1000 bovini per pozzo.
L’estrazione dell’acqua avviene attraverso una catena umana in un pozzo profondo anche trenta metri che di mano in mano si passa dei secchi pieni verso l’alto, e vuoti verso il basso. Una canzone da la giusta cadenza. Il ritmo è impressionante. L’operazione è quotidiana.
L’acqua viene rovesciata in una vasca rudimentale in argilla. Un cunicolo largo non più di due metri consente agli animali di raggiungere la vasca.
Riprendiamo la statale n. 6 e, dopo 300 chilometri, arriviamo a Dila, un centro di 50.000 abitanti. Una confortevole camera e un buon letto morbido ci attendono dopo 13 giorni di tenda. L’indomani visitiamo una missione Salesiana.
E’ l’ultima tappa: 350 chilometri di asfalto ci riporteranno ad Adis Ababa.
Siamo all’imbarco per il volo per Roma. Io e Marco siamo gli ultimi a salire sull’aereo. Veniamo bloccati. I nostri bagagli sono sospetti. Ci accompagnano con cortesia nella zona sotterranea, dove controllano tutti i colli in partenza. Le borse vengono aperte. Gli attrezzi per le moto, la catena, alcune viti hanno insospettito gli addetti. Adesso possiamo partire. Uno stuart di terra ci consegna due carte di imbarco per la businnes class, forse per scusarsi per il disturbo. Buon viaggio.
Il grosso aereo decolla, poi vira a 360 gradi sopra Adis Ababa per salire più rapidamente. Posso vedere chiaramente tutte le luci della città. Tutto intorno è buio. Nero.  Laggiù ci sono tutte le etnie che ho incontrato: Oromo, Hamer, Mursi, Karo, Galeb, Dorze, Konso, Borana.
Raramente aggressivi, spesso calorosi ne invidio l’equilibrio, la  semplicità, il  rapporto con questa meravigliosa terra. Saranno sempre nel mio cuore, tutti, soprattutto i bambini, con i loro abbracci,  i loro sorrisi; i veri protagonisti di questo viaggio.
Qualcosa mi scuote. Sto sognando? Per un attimo la mia mente è confusa. No, tutto a posto.
E’ solo un angelo nero in un elegante vestito da hostess che mi rimbocca le coperte. Sono su di un comodo aereo della Etiopian Airlines che mi riporterà a casa.
Nero. E’ sempre il nero  il colore dominante. E’ il colore dell’Africa.

Tawil